Ogni maker ha una prima stampante. La mia è stata una Creality Ender 3 Pro, arrivata a dicembre 2019 in una scatola con i pezzi da montare, un sacchetto di viti e la promessa di stampare qualunque cosa. Ha mantenuto la promessa per cinque anni, con qualche capriccio.
Il montaggio
La Ender 3 arriva mezza smontata: profilati in alluminio, piatto, carrelli con le ruote, elettronica, cavi. Una serata sul banco, con le istruzioni e la brugola in dotazione, ed eccola in piedi. Il bello è che, montandola, impari già come funziona. Il che tornerà utile quando qualcosa si romperà.


Le prime stampe
La prima stampa è un cagnolino, il file di prova incluso nella scheda di memoria. Poi un pezzo meccanico, e poi il Benchy: la barchetta che serve a capire se la stampante è calibrata. Ponti, sbalzi, buchi, scritte minuscole: se il Benchy viene bene, la stampante è pronta.


Modifiche e calibrazione
Una Ender 3 di serie funziona. Una Ender 3 modificata funziona meglio, o almeno così si racconta chi la modifica. Nel 2020 la mia si è riempita di pezzi stampati da lei stessa: supporti, guide per il filamento, staffe. E poi la calibrazione: i passi per millimetro di ogni motore, estrusore compreso, misurati e corretti finché un millimetro non è diventato davvero un millimetro.


Nel 2022 è arrivato il cambio di hotend, la parte che scalda e fonde il filamento. Dopo due anni di stampe, era il momento.

Cosa ha stampato
In cinque anni la Ender ha stampato di tutto: pezzi per il WALL-E e per l’auto radiocomandata, il primo ponte luminoso, e una quantità di figure, mostri e decorazioni. Alcune sono rimaste del colore del filamento, altre sono passate dal banco di pittura.






La pensione
Dopo cinque anni la Ender 3 Pro ha lasciato il posto a macchine più nuove, prima la resina e poi la Bambu Lab P2S. Ma è lei che mi ha insegnato tutto: livellare un piatto, leggere un primo strato, capire perché una stampa si stacca alle tre di notte. E, soprattutto, che la stampante perfetta non esiste: esiste quella che sai riparare.
