Chi usa l’aerografo lo scopre presto: la vernice nebulizzata non sparisce. Si deposita. Sul modello, sul tavolo, sui mobili e, se non stai attento, nei polmoni.
E il problema non finisce quando smetti di spruzzare. Finché la vernice è fresca, è una calamita: pulviscolo, pelucchi e microparticelle sospese nell’aria, invisibili o quasi a occhio nudo, ci si posano sopra e restano lì, inglobati. Te ne accorgi a vernice asciutta, di solito sul pezzo più in vista, quando ormai è tardi. Per questo l’aspirazione serve durante la verniciatura, ma soprattutto dopo: il modello resta in cabina, con l’aria che lavora, finché la vernice non è secca.
La mia prima cabina di verniciatura l’ho costruita circa venticinque anni fa, e da allora non ho mai smesso di metterci le mani.
Questa è la puntata zero: la storia della cabina fin qui, prima di arrivare alla cascata a velo d’acqua.
Com’era all’inizio
Telaio in listelli di legno, pareti trasparenti, fronte completamente aperto e aspirazione sul fondo: una ventola sulla parete posteriore che tirava via l’aria e la spediva fuori con un tubo flessibile. Semplice, e per parecchi anni ha fatto il suo lavoro.


Venticinque anni di modifiche
Una cabina autocostruita non è mai finita, è solo nella versione corrente. Negli anni ho cambiato:
- la chiusura del fronte: diversi sistemi, fino a una specie di tendina;
- l’illuminazione interna, rifatta più volte;
- i filtri, provando sistemi diversi.

Dove siamo adesso
Oggi l’aspirazione è in alto, e lavora insieme a una cascata a velo d’acqua per sfruttare l’effetto Bernoulli. L’obiettivo è che l’overspray finisca nell’acqua, invece che nei filtri o nell’aria del laboratorio.
La cascata ha già un prototipo funzionante, costruito interamente a mano, e una versione progettata in FreeCAD da stampare in 3D. Sono le prossime puntate: si comincia dal prototipo fatto a mano.
Venticinque anni per una scatola che aspira. Se c’è un progetto che rappresenta questo laboratorio, è questo.
