
Mi chiamo Luca, ma per gli amici di lungo corso sono Poncho. Di mestiere faccio il consulente informatico senior, anche troppo. Il tempo che avanza dagli impegni professionali e familiari lo passo nel mio mini studio di modellismo, a fare cose piccole con molta pazienza e risultati alterni.
Come ci sono finito
Avevo otto anni. Tutto comincia con un regalo di seconda mano: una vicina di casa aveva una pila di kit di aerei della Seconda guerra mondiale, che il figlio comprava con le uscite mensili in edicola. Poi lui era partito per il servizio militare e aveva perso interesse. Sono finiti a me, un bambino di otto anni con colla, pennelli e nessuna idea di cosa stesse facendo. Mi si è aperto un mondo.
Poco dopo è arrivato il set del piccolo falegname, uno dei pochi regali della mia infanzia: traforo, seghetto, trapano a mano, martelletto e qualche altro attrezzo. Il martelletto ce l’ho ancora, e non lo presto.
Con quegli attrezzi, a 11 anni ho costruito la mia prima nave in legno: il Cutty Sark, clipper britannico dell’Ottocento, autocostruito partendo dai piani di costruzione. A 12 è toccato all’Amerigo Vespucci, la nave scuola che ancora oggi naviga, anche lei dai piani e senza kit. Ne ho fatte due, perché la prima non mi convinceva abbastanza.
Tra una nave e l’altra, a 11 anni, cambio di elemento: un aliante in compensato e balsa con due metri e mezzo di apertura alare. Bellissimo. È durato fino al volo inaugurale all’oratorio, dove i bulli di periferia l’hanno abbattuto a colpi di petardi. Prima lezione di aerodinamica applicata: certi cieli vanno bonificati prima del decollo.
A 15 anni il primo kit vero: la H.M.S. Victory, il vascello dell’ammiraglio Nelson a Trafalgar, 1805. È sopravvissuta a mesi di lavoro ma non a mia madre, che l’ha distrutta per sbaglio mentre ero via per il servizio militare. A quanto pare in questa storia il servizio militare fa sempre dei danni.
Cosa trovi qui
Plastimodellismo, soprattutto mecha e astronavi: Gundam, Mazinger, Jeeg, la flotta di Battlestar Galactica. Modellismo navale in legno, il ritorno alle origini. Making: stampa 3D in filamento e in resina, Arduino, Raspberry Pi, robot e auto RC stampati. E l’attrezzatura, perché prima dei modelli bisogna fare gli attrezzi per farli: in questo momento sul banco c’è la cascata a velo d’acqua per la mia cabina di verniciatura: progettata in 3D, con un prototipo già funzionante costruito interamente a mano.
Quasi tutto è in corso d’opera. Racconto i lavori mentre li faccio, errori compresi: sono la parte più utile da leggere. Alcuni progetti li porto avanti a fasi alterne da trent’anni. La mia cabina di verniciatura per aerografo, per dire, è la prima che ho costruito, venticinque anni fa: adattata, modificata, evoluta e poi modificata di nuovo.
Il banco
FreeCAD per progettare in 3D, imparato da poco. Prima ci ho provato con Blender e Fusion, entrambi abbandonati: il primo perché troppo complesso per le mie abitudini, il secondo perché, dopo un breve periodo di utilizzo gratuito per scopi non commerciali, è tornato a pagamento. Per stampare: Bambu Lab P2S, Ender 3 e Anycubic Photon Mono X2. Poi aerografo e cabina di verniciatura autocostruita.
Poi c’è la riserva strategica: qualche centinaio di colori, acrilici e non, di marche diverse, conservati con gelosia. Alcuni barattolini Tamiya hanno quarant’anni: dopo una bella shakerata funzionano ancora alla grande.
Contatti
Per ora niente social. Più avanti arriverà un modulo di contatto, con captcha per tenere fuori i robot. Quelli che non ho costruito io, almeno.