La stampa a resina ha un problema: esce tutto di un colore solo. Grigio, bianco, verde acqua, a seconda della resina. Bellissimo il dettaglio, ma una statuina grigia è una promessa, non un risultato. Il risultato arriva dopo, con primer, pennelli, aerografo e un’ora alla volta.
Questa è una galleria di quello che è passato dal piatto della Photon X2 al banco di pittura tra il 2023 e il 2025.
Prima del colore
La stampa grezza è già un bel vedere: si legge ogni piega, ogni ciocca, ogni rivetto. Ed è il momento in cui si capisce se il pezzo vale la fatica di dipingerlo.



Poi ci sono i supporti. Una stampa a resina esce appesa a una foresta di stecchini che vanno tolti uno per uno, e ogni punto di attacco va carteggiato. È la parte che nessuno fotografa, tranne me.

Il colore
Ogni figura ha la sua tecnica. Basi stese ad aerografo, lumeggiature a pennello, lavaggi per scurire gli incavi, dry brush per tirare fuori i rilievi. Sui metallizzati, come Bender, il trucco è non usare un argento solo: lo stesso discorso dei modelli in plastica.





Il mio preferito
Se devo sceglierne uno, è l’Anubis. Armatura nera con lumeggiature argento, rame bruciato sui bracciali e sul collare, un blu profondo sul gonnellino e una base con un effetto acqua verde-azzurro. Tutto su una figura di pochi centimetri, piena di decorazioni minuscole. Ci sono voluti molti pennelli sottili e un po’ di presbiopia aggiuntiva.


